Le origini del vino nella storia

Le origini del vino nella storia

Le origini del vino affondano nella storia più antica; la vitis vinifera, varietà di vite particolarmente atta alla produzione di vino, è stata coltivata (in termini viticoli sarebbe più corretto l’uso del termine allevata) e fatta fruttificare dall’uomo nella regione del Caucaso che oggi corrisponde, all’incirca, all’Armenia e alla Georgia. Questo avvenne quasi diecimila anni fa.

Tracce di vinificazioni sono state reperite, a livello archeologico, tramite l’esame di antichi vasi vinari in terracotta.

Le famiglie delle vitaceae o ampelideae, genere vitis (due sottogeneri: muscadinia ed euvitis) ospitano le numerosissime varietà di viti odierne. Tre i gruppi di appartenenza: viti americane, viti asiatiche orientali e viti euroasiatiche (queste di un’unica specie, la vitis vinifera). La vitis vinifera comprende due sottospecie, la vitis vinifera silvestris (che comprende le viti selvatiche dell’Europa centrale e meridionale, dell’ovest Asia occidentale e del nord Africa) e la vitis vinifera sativa (ergo coltivata), a sua volta suddivisa in viti orientali e viti mediterranee.

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Oggi nella culla del vino

Ancora oggi, in quelle regioni ancora cristiane, permangono tra alcuni agricoltori tecniche di vinificazione talmente arcaiche da far pensare ad una cultura enologica di considerevole antichità; in particolar modo in Georgia vengono tuttora utilizzati per la vinificazione recipienti di pietra ed orci di terracotta (detti “kvevri”), che vengono interrati dopo avervi introdotto il mosto.

Del resto i Georgiani sostengono che l’origine stessa della parola vino sia loro.

Ma anche l’Armenia non è da meno; del resto il racconto biblico dell’Arca di Noè parla di una vigna piantata dal Patriarca dopo il ritirarsi delle acque seguente al diluvio universale presso il monte Ararat (geograficamente in Armenia, politicamente oggi in Turchia, comunque nell’area caucasica).

In Giordania, in Turchia ed in altre aree del Vicino Oriente sono stati rinvenuti depositi di vinaccioli; ciò fa pensare che le uve da cui derivavano venissero pigiate per ottenere del vino.

La diffusione antica in Mesopotamia ed Egitto

La diffusione iniziale della coltura della vite pare dunque sia avvenuta dapprima nella cosiddetta mezzaluna fertile per poi avviarsi nelle limitrofe aree del Mediterraneo; a tal proposito va tuttavia precisato che alcuni studiosi sostengono al contrario una quasi simultanea domesticazione della vite finalizzata a trarne frutti ed alla vinificazione in molte aree adiacenti al bacino del Mediterraneo.

In Mesopotamia, cosa molto interessante, è stato rinvenuto un inno risalente circa al 4000 a.C. dedicato all’inaugurazione del tempio di Enki, divinità della città di Eridu; in questo carme il dio è accostato al vino.

Dagli antichi Egizi giungono eco di vinificazioni; in un affresco Tebe si vedono le fasi del processo di vinificazione, della vendemmia, del trasporto delle uve su imbarcazioni lungo il Nilo.
Alcuni geroglifici risalenti al secondo millennio a.C. descrivono già vari tipi di vino.

Nel corredo funebre del re Tutankamon si sono reperite anfore in terracotta contenenti vino. Il vino era stato attribuito ad Osiride, grande istruttore divino. In queste anfore vengono riportati l’area di provenienza, l’annata ed il nome del produttore (in pratica delle vere denominazioni di origine…).

Ramesse II edificò per sè il Ramesseum, con tanto di cantine dotate di magazzini a volta in cui erano conservati molti tipi di vino; ogni anfora disponeva di un’etichetta in cui veniva indicato l’anno di produzione, la denominazione, il vigneto di provenienza, il nome del proprietario della terra ed il nome del maestro di cantina (in pratica l’enologo). Sui tappi vi era un sigillo di origine. Il vino si classificava in “di grande qualità” (irp nefer nefer), “buono” (irp nefer) ed “ordinario” (irp); il vino dolce (irp nedijem), preziosissimo, in pratica quello che oggi chiameremmo passito, era da consumarsi durante le feste e da offrire in libagione alle divinità.

Con gli Ittiti il vino, oltre che bevanda di uso quotidiano, diviene parte dei riti di corte dei sovrani; nei testi si legge che la coppia regale “beveva la divinità”, frase diversamente interpretata o alla lettera (qui si accosta al successivo e differente concetto di transustanziazione nell’eucaristia) oppure come atto in onore del dio, o anche come libagione.

Vinificarono poi  gli Ebrei, gli Arabi (che poi la abbandonarono con l’Islam) ed i Greci.

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La Grecia ed il vino

I Greci giunsero a dedicare al vino una divinità che aveva componenti orientali: Dioniso, citato poi in occidente con il nome di Bacco, il cui culto richiedeva danze notturne nelle selve e, tra le altre cose, probabilmente, l’uso del vino come bevanda inebriante per raggiungere l’estasi divina (cosiddetti “baccanali”).

L’antica Grecia diede molto alla cultura del vino; lo diffuse, insieme ai Fenici, tramite empori commerciali disseminati anche nell’area occidentale del Mediterraneo.

Molto spesso i vini greci venivano aggiunti di resina di pino, da cui il vino più diffuso dell’odierna Ellade, il retsina; oggi questo vino, bianco, rosso o rosato, resta uno dei vini più consumati in Grecia.

Del resto è noto che sia Greci che Romani avessero l’abitudine di tagliare il vino con acqua marina, prima della fase di stoccaggio, anche per prevenire l’acetificazione. Si usavano poi miele, resine, spezie e altre essenze, e la correzione con argilla, cenere di sarmenti, noccioli di olive, zolfo, pece e altro.

Il mondo della vite e del vino venne rappresentato anche sulle monete degli stati greci, come su di un bellissimo tetradramma (moneta del valore di quattro dracme o dramme) d’argento di Naxos (Sicilia), riportante sul dritto una bellissima testa di Dioniso ed al rovescio un sileno che porta una coppa alle labbra.

© Domenico Calvelli, Biella

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